Salario giusto negli appalti: cosa devono garantire committente e appaltatore
Negli appalti i lavoratori dell'appaltatore devono ricevere almeno il trattamento del contratto collettivo di riferimento, e il committente ne risponde in solido. Vediamo chi deve fare cosa, per quanto tempo e come tutelarsi.

Chi affida a un'altra impresa un servizio di pulizia, di logistica, di vigilanza o una lavorazione deve chiedersi quanto vengono pagati i lavoratori che la eseguono. La risposta breve è che, nel salario giusto negli appalti privati, l'obbligo di applicare il trattamento previsto dal contratto collettivo di riferimento grava sull'appaltatore, ma il committente risponde in solido con lui, e con gli eventuali subappaltatori, delle retribuzioni e dei contributi dei lavoratori impiegati nell'appalto, fino a due anni dopo la fine del contratto. Per questo il controllo va fatto prima di firmare e poi per tutta la durata dell'appalto.
Le regole generali sul salario giusto e i rischi di chi applica un contratto collettivo poco rappresentativo sono illustrati in articoli a parte. Qui ci concentriamo su cosa devono garantire committente e appaltatore e su come il committente può tutelarsi.
Quale trattamento spetta ai lavoratori dell'appalto?
La regola è nell'articolo 29, comma 1-bis, del decreto legislativo n. 276 del 2003, inserito dal decreto-legge 2 marzo 2024, n. 19, convertito con modificazioni dalla legge 29 aprile 2024, n. 56. Al personale impiegato nell'appalto di opere o servizi e nell'eventuale subappalto spetta un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore a quello del contratto collettivo nazionale e territoriale stipulato dalle associazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, applicato nel settore e nella zona strettamente connessi con l'attività oggetto dell'appalto.
Due aspetti meritano attenzione. Il primo: il riferimento è all'attività appaltata, non a quella prevalente dell'appaltatore. Un'impresa che di solito applica un contratto collettivo di un certo settore, se esegue un appalto di logistica, deve garantire a quei lavoratori un trattamento non inferiore a quello del contratto leader della logistica. Il secondo: il confronto è complessivo e riguarda sia la parte economica sia quella normativa, come orario, maggiorazioni e permessi, non la sola paga base.
Su questo quadro si innesta il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito con modificazioni dalla legge 25 giugno 2026, n. 112, che all'articolo 7 ha fissato come parametro del salario giusto il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Il criterio è lo stesso su cui si fonda la regola degli appalti: il contratto leader del settore è il punto di riferimento anche per i lavoratori della filiera.
Salario giusto negli appalti: di cosa risponde il committente?
L'articolo 29, comma 2, dello stesso decreto stabilisce che il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore e con ciascuno degli eventuali subappaltatori, entro due anni dalla cessazione dell'appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, e i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti per il periodo di esecuzione dell'appalto. Restano escluse le sanzioni civili, di cui risponde solo chi non ha pagato.
In pratica il lavoratore dell'appaltatore che non ha ricevuto quanto gli spetta può chiedere il pagamento direttamente al committente, senza dover prima agire contro il proprio datore di lavoro. Il committente che paga può poi rivalersi sull'appaltatore, ma se questo è in difficoltà economica il recupero può rivelarsi difficile. La responsabilità riguarda anche le differenze tra quanto l'appaltatore ha pagato e quanto i lavoratori avrebbero dovuto ricevere in base al contratto di riferimento.
Facciamo un esempio ipotetico: un appalto di pulizie dura tre anni e vi lavorano otto addetti. Se l'appaltatore applica un contratto che garantisce 120 euro al mese in meno rispetto al contratto leader, le differenze maturate superano i 34.000 euro, a cui si aggiungono i contributi. Se l'appaltatore non paga, il committente può essere chiamato a farlo, purché la richiesta arrivi entro due anni dalla fine dell'appalto.
L'obbligazione solidale non riguarda il committente persona fisica che non esercita attività d'impresa o professionale, come il privato che fa ristrutturare la propria casa, secondo il comma 3-ter dello stesso articolo. Va anche ricordato l'articolo 1676 del codice civile, che consente ai dipendenti dell'appaltatore di agire direttamente contro il committente per quanto loro dovuto, fino a concorrenza del debito che il committente ha ancora verso l'appaltatore nel momento in cui viene proposta la domanda.
Cosa può fare l'Ispettorato del lavoro?
L'Ispettorato che accerta crediti patrimoniali dei lavoratori, comprese le differenze dovute al mancato rispetto della contrattazione collettiva, può adottare una diffida accertativa secondo l'articolo 12 del decreto legislativo n. 124 del 2004. Dalla modifica introdotta nel 2020 la diffida può essere rivolta anche ai soggetti che utilizzano le prestazioni di lavoro e ne rispondono in solido, quindi anche al committente. Se non si concilia e non si propone ricorso nei termini, la diffida diventa titolo esecutivo: il lavoratore può procedere al recupero senza una causa.
C'è poi il rischio dell'appalto non genuino. Quando l'appaltatore non organizza davvero i mezzi e non dirige il personale, e si limita a fornire manodopera che lavora sotto le direttive del committente, il contratto non rispetta i requisiti dell'articolo 29, comma 1. In questo caso il lavoratore può chiedere al giudice, ai sensi del comma 3-bis, di essere riconosciuto dipendente di chi ha utilizzato la sua prestazione.
Cosa deve garantire l'appaltatore?
Per l'appaltatore l'obbligo è diretto. Deve individuare il contratto collettivo stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative applicabile all'attività dell'appalto e nella zona in cui si svolge, e garantire ai lavoratori impiegati un trattamento complessivo non inferiore. Se applica un contratto diverso, deve essere in grado di dimostrare l'equivalenza, livello per livello, sia sulle voci economiche sia sulle tutele normative. Le stesse regole valgono verso i suoi subappaltatori, di cui risponde a sua volta.
Gli appalti pubblici seguono invece l'articolo 11 del codice dei contratti pubblici, il decreto legislativo n. 36 del 2023, che impone alle stazioni appaltanti di indicare il contratto collettivo da applicare e consente all'impresa di applicarne uno diverso solo se garantisce tutele equivalenti.
Una checklist per il committente
Primo, prima di firmare: chiedere all'appaltatore quale contratto collettivo applicherà al personale impiegato, con il codice alfanumerico con cui il CNEL lo identifica, e verificare che sia quello stipulato dalle organizzazioni più rappresentative per l'attività appaltata, o che il trattamento sia almeno equivalente. Secondo: inserire nel contratto di appalto l'obbligo di applicare quel trattamento anche nei subappalti, l'obbligo di consegnare periodicamente la documentazione che lo dimostri, il diritto di sospendere i pagamenti in caso di irregolarità e una clausola di risoluzione. Terzo: durante l'appalto, chiedere con cadenza regolare il DURC, il documento unico di regolarità contributiva, ricordando però che attesta il versamento dei contributi e non il rispetto del contratto collettivo; per questo è utile chiedere anche le attestazioni di pagamento delle retribuzioni, limitando i dati personali dei lavoratori allo stretto necessario. Quarto: valutare una ritenuta a garanzia sui corrispettivi, da svincolare a fine appalto. Quinto: verificare che l'appaltatore organizzi e diriga effettivamente il proprio personale. Sesto: conservare la documentazione per almeno due anni dopo la fine dell'appalto, il periodo in cui la solidarietà può essere fatta valere.
Quando conviene farsi assistere
Il momento migliore è prima di firmare o rinnovare un appalto, quando si possono ancora scegliere l'appaltatore e scrivere le clausole di tutela, e comunque appena arriva una richiesta di pagamento da un lavoratore dell'appaltatore o una diffida dell'Ispettorato. Per una prima analisi servono il contratto di appalto con gli allegati, l'indicazione del contratto collettivo applicato dall'appaltatore, i DURC e la documentazione ricevuta durante l'esecuzione, gli eventuali subappalti autorizzati e le comunicazioni ricevute.
Se la sua azienda affida o esegue lavori in appalto e vuole verificare di essere in regola con le regole sul salario giusto e ridurre il rischio della responsabilità solidale, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina la documentazione e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando i punti critici e gli interventi prioritari.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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