Chiedo l'adeguamento dello stipendio: rischio il licenziamento?
Chi è pagato meno del dovuto spesso non chiede nulla per paura di perdere il posto. Cosa dice la legge sul licenziamento ritorsivo, come si prova e come fare la richiesta riducendo i rischi.

Ha controllato la busta paga, ha scoperto di essere pagato meno di quanto prevede il contratto collettivo, ma esita a chiedere l'adeguamento dello stipendio per paura di perdere il posto. La risposta breve è che chiedere per iscritto ciò che spetta è un diritto e non può essere, da solo, una ragione di licenziamento: un licenziamento deciso per punire il lavoratore che ha fatto valere un proprio diritto è ritorsivo e quindi nullo, e porta alla reintegrazione nel posto di lavoro qualunque sia la dimensione dell'azienda. Il rischio, però, non è mai zero, ed è per questo che conta come si fa la richiesta e quali prove si conservano. Se un licenziamento arriva comunque, il termine da non perdere è di sessanta giorni per impugnarlo.
Come si calcolano le differenze e come si verifica il contratto applicato è spiegato in altri articoli della sezione News. Qui ci concentriamo su una sola domanda: cosa si rischia a chiedere l'adeguamento dello stipendio e come proteggersi.
Posso chiedere l'adeguamento dello stipendio mentre lavoro?
Sì. Non serve dimettersi né aspettare la fine del rapporto. L'articolo 36 della Costituzione garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente e, dal 2026, l'articolo 7 del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito dalla legge 25 giugno 2026, n. 112, indica come riferimento il trattamento economico complessivo del contratto collettivo nazionale più rappresentativo del settore. Chi riceve meno del dovuto può chiedere sia l'adeguamento per il futuro sia le differenze arretrate.
Anche il momento gioca a favore di chi è ancora in servizio. Per i dipendenti del settore privato, secondo l'orientamento della Cassazione affermatosi dal 2022, la prescrizione di cinque anni dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto, proprio perché si ritiene che durante il rapporto il lavoratore possa avere timore di ritorsioni. Non c'è quindi una corsa contro il tempo, ma una richiesta scritta interrompe comunque la prescrizione e fissa una data certa.
Cos'è il licenziamento ritorsivo e perché è nullo
Si parla di licenziamento ritorsivo quando il vero motivo del recesso è la volontà di vendicarsi del lavoratore per un suo comportamento legittimo: aver chiesto le differenze retributive, aver contestato l'inquadramento, essersi rivolto a un sindacato o all'Ispettorato del lavoro. È un motivo illecito, e secondo l'articolo 1345 del codice civile, applicato dai giudici anche agli atti unilaterali come il licenziamento, un atto determinato esclusivamente da un motivo illecito è nullo.
Le conseguenze sono le più forti previste dal diritto del lavoro. Per chi è stato assunto a tempo indeterminato prima del 7 marzo 2015 si applica l'articolo 18, primo comma, dello Statuto dei lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300), che richiama espressamente il motivo illecito determinante dell'articolo 1345. Per chi è stato assunto dopo si applica l'articolo 2 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23. In entrambi i casi il giudice ordina la reintegrazione e condanna il datore di lavoro a pagare le retribuzioni perse dal licenziamento alla reintegrazione, in misura comunque non inferiore a cinque mensilità, dedotto quanto eventualmente guadagnato nel frattempo con un altro lavoro, oltre ai contributi. Il lavoratore può scegliere, al posto del rientro, un'indennità di quindici mensilità. Questa tutela vale anche nelle aziende con pochi dipendenti.
Lo stesso principio vale per altre forme di punizione: un trasferimento improvviso in una sede lontana, la sottrazione di mansioni, l'esclusione da turni o premi decisi subito dopo la richiesta possono essere contestati se il loro vero scopo è punire. Quando la richiesta riguarda la parità retributiva tra donne e uomini, il Codice delle pari opportunità (decreto legislativo n. 198 del 2006), richiamato anche dal decreto legislativo n. 96 del 2026 sulla trasparenza retributiva, prevede una tutela specifica contro i comportamenti ritorsivi.
Quanto è difficile dimostrare la ritorsione?
È il punto da conoscere prima di muoversi. Secondo l'orientamento consolidato della Cassazione, la prova del motivo ritorsivo spetta al lavoratore, e il motivo deve essere stato l'unico determinante del licenziamento. In pratica, se il datore di lavoro dimostra una giusta causa o un giustificato motivo reale, per esempio una crisi documentata con soppressione effettiva del posto, la tesi della ritorsione non regge.
La prova può però essere data anche per presunzioni, cioè con indizi gravi, precisi e concordanti. Contano soprattutto la sequenza temporale e la debolezza delle ragioni ufficiali. Facciamo un esempio ipotetico: un magazziniere con otto anni di anzianità e nessun richiamo invia il 10 marzo una lettera in cui chiede il livello superiore e le differenze; il 2 aprile riceve una contestazione disciplinare per un ritardo di dieci minuti e il 20 aprile viene licenziato per riorganizzazione, mentre l'azienda assume un altro magazziniere a maggio. Nessuno di questi fatti, da solo, prova la ritorsione; messi in fila, possono convincere un giudice.
Come chiedere l'adeguamento riducendo i rischi
Primo: preparare il terreno prima di scrivere. Conservare le buste paga, il contratto individuale, le email che descrivono le mansioni e annotare i nomi dei colleghi che possono confermare cosa si fa ogni giorno. Una volta inviata la richiesta, il clima può cambiare e alcuni documenti possono diventare più difficili da reperire.
Secondo: fare la richiesta per iscritto, con PEC o raccomandata con avviso di ricevimento, con un tono fermo ma neutro. Basta indicare il contratto collettivo e il livello ritenuti corretti, il periodo e, se disponibile, l'importo delle differenze, chiedendo il pagamento e l'adeguamento. La data di ricezione sarà il punto di partenza per leggere tutto ciò che accade dopo.
Terzo: valutare se far partire la richiesta tramite un sindacato o un avvocato. Non elimina il rischio, ma rende evidente che la contestazione è seguita e documentata, e spesso porta a una trattativa più ordinata.
Quarto: dopo l'invio, annotare con data ogni cambiamento: richiami, cambi di turno o di mansioni, messaggi, frasi riferite da colleghi. Continuare a lavorare con la consueta diligenza, senza assenze non giustificate, così da non offrire pretesti.
Mi hanno licenziato dopo la richiesta: entro quando devo agire?
Il licenziamento va impugnato entro sessanta giorni dalla ricezione della comunicazione scritta, con qualsiasi atto scritto che renda nota la volontà di contestarlo, secondo l'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604. Entro i successivi centottanta giorni bisogna depositare il ricorso al giudice del lavoro, oppure comunicare al datore di lavoro una richiesta di conciliazione o arbitrato. Sono termini di decadenza: se passano, il diritto si perde anche quando la ritorsione è evidente.
Non bisogna invece firmare nulla in fretta. Dimissioni, accordi o rinunce proposti dall'azienda dopo la contestazione vanno esaminati prima: secondo l'articolo 2113 del codice civile, le rinunce firmate in una sede protetta, come la conciliazione sindacale, diventano definitive. Il discorso è più complesso per chi ha un contratto a termine non rinnovato o è in periodo di prova: il recesso o il mancato rinnovo seguono regole diverse e vanno valutati caso per caso, anche se un motivo ritorsivo resta comunque illecito.
Quando conviene farsi assistere
Un parere è utile già prima di inviare la richiesta, per impostarla correttamente e capire quanto è solida la pretesa economica, e diventa necessario se dopo l'invio arrivano contestazioni disciplinari, trasferimenti o un licenziamento. Per una prima valutazione servono le buste paga degli ultimi anni, il contratto di lavoro, una descrizione delle mansioni svolte, la richiesta inviata con la prova della ricezione e tutte le comunicazioni ricevute dopo, ordinate per data.
Se vuole chiedere l'adeguamento dello stipendio senza esporsi inutilmente, o teme di aver subito una ritorsione, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando come procedere e quali termini rispettare.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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