Il datore di lavoro mi spinge a dimettermi: cosa fare per non perdere NASpI e tutele
Pressioni, minacce di licenziamento, una lettera da firmare: chi è costretto a dimettersi rischia di perdere NASpI e tutele. Vediamo cosa prevede la legge e come difendersi.

Da qualche settimana il clima è cambiato. Il responsabile le fa capire che sarebbe meglio cercarsi un altro lavoro, le propone di firmare una lettera di dimissioni "per il bene di tutti", le toglie incarichi o le prospetta un licenziamento se non se ne va da sola. Chi si sente costretto a dimettersi deve sapere una cosa prima di tutto: le dimissioni volontarie, di regola, fanno perdere la NASpI e le tutele contro il licenziamento. Per questo la risposta breve è: non firmi nulla e non invii il modulo di dimissioni sotto pressione, metta per iscritto quello che sta accadendo e si faccia consigliare prima di decidere.
Perché il datore di lavoro spinge per le dimissioni
Licenziare un dipendente richiede una giusta causa o un giustificato motivo, una lettera scritta con i motivi e, in molti casi, espone l'azienda al rischio di una causa. Le dimissioni, invece, chiudono il rapporto per scelta del lavoratore: niente motivazione da dimostrare e nessun licenziamento da impugnare.
La differenza pesa soprattutto sul lavoratore. La NASpI, l'indennità mensile di disoccupazione pagata dall'INPS, spetta a chi perde il lavoro involontariamente: il lavoratore licenziato può chiederla, quello che si dimette volontariamente no. Chi si dimette, inoltre, non riceve alcuna indennità di preavviso e, se non lo rispetta, deve pagare lui al datore di lavoro l'indennità sostitutiva. Ecco perché chi è costretto a dimettersi rischia di perdere molto più del posto.
Le dimissioni firmate su un foglio di carta valgono?
No, salvo eccezioni. L'articolo 26 del decreto legislativo n. 151 del 2015 prevede che le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto, cioè l'accordo tra le parti per chiuderlo, si fanno esclusivamente con modalità telematiche, utilizzando il modulo del Ministero del Lavoro, a pena di inefficacia. Il lavoratore può compilarlo da solo con SPID o CIE, oppure tramite un patronato, un sindacato o un altro soggetto abilitato.
La regola è nata proprio per contrastare le cosiddette dimissioni in bianco, la lettera firmata senza data al momento dell'assunzione e usata dall'azienda quando le conviene. Una lettera di dimissioni scritta a mano o firmata in ufficio, quindi, di per sé non chiude il rapporto. Restano fuori da questa procedura alcuni casi, tra cui il lavoro domestico, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni e le dimissioni rese in una sede protetta, come una commissione di conciliazione o una sede sindacale.
La stessa norma dà un'ulteriore garanzia: entro sette giorni dalla trasmissione del modulo il lavoratore può revocare le dimissioni, con le stesse modalità telematiche. Se ha inviato il modulo in un momento di pressione e se ne è pentito, è il primo termine da tenere presente.
Per la lavoratrice in gravidanza e per la lavoratrice o il lavoratore nei primi tre anni di vita del figlio c'è una tutela in più: le dimissioni e la risoluzione consensuale devono essere convalidate dall'Ispettorato territoriale del lavoro, come prevede l'articolo 55, comma 4, del decreto legislativo n. 151 del 2001, e fino alla convalida non producono effetti. In quella sede l'Ispettorato verifica che la scelta sia davvero libera: è il momento in cui segnalare eventuali pressioni.
Ho già dato le dimissioni sotto minaccia: si possono annullare?
Le dimissioni sono un atto di volontà e, come un contratto, possono essere annullate se la volontà è stata estorta con violenza o minaccia. Gli articoli 1434 e seguenti del codice civile richiedono una minaccia seria, tale da impressionare una persona sensata e da farle temere un male ingiusto e notevole. L'articolo 1438 aggiunge che la minaccia di far valere un diritto rende annullabile l'atto solo quando è diretta a ottenere vantaggi ingiusti.
In pratica, secondo l'orientamento della Cassazione, la frase "o ti dimetti o ti licenzio" non rende di per sé annullabili le dimissioni. Lo diventano se il licenziamento minacciato era palesemente infondato, ad esempio perché l'addebito era inventato, e la minaccia è servita a ottenere ciò che un licenziamento legittimo non avrebbe consentito. L'onere di dimostrarlo è del lavoratore, ed è una prova non semplice: servono messaggi, testimoni, la sequenza dei fatti.
Quanto ai tempi, l'azione di annullamento si prescrive in cinque anni, che per la violenza decorrono dal giorno in cui è cessata, secondo l'articolo 1442 del codice civile. Aspettare, però, non conviene: le retribuzioni perse si accumulano e le prove si disperdono.
Cosa fare subito se si sente costretto a dimettersi
Il primo passo è non firmare nulla sul momento: né lettere di dimissioni, né verbali di accordo, né dichiarazioni di rinuncia. Chieda una copia da far leggere e si prenda il tempo necessario.
Il secondo è continuare a lavorare e a presentarsi regolarmente. Dal 12 gennaio 2025 il comma 7-bis dello stesso articolo 26, introdotto dalla legge n. 203 del 2024, stabilisce che, se il lavoratore resta assente senza giustificazione oltre il termine previsto dal contratto collettivo o, in mancanza, oltre quindici giorni, il datore di lavoro può comunicarlo all'Ispettorato del lavoro e il rapporto si intende risolto per volontà del lavoratore, con il rischio di perdere anche la NASpI. Smettere di andare al lavoro per esasperazione è quindi l'errore più costoso.
Il terzo è mettere per iscritto le pressioni ricevute. Una lettera all'azienda, inviata con PEC o raccomandata con avviso di ricevimento, in cui si descrivono le richieste di dimissioni e si dichiara di non avere alcuna intenzione di lasciare il posto, fissa una data certa e sarà utile in un'eventuale causa.
Il quarto è raccogliere le prove: messaggi, email, ordini di servizio, mansioni tolte, nomi dei colleghi presenti, eventuali certificati medici se la situazione incide sulla salute. Se le pressioni si traducono in uno svuotamento del ruolo, può esserci anche un demansionamento, che ha tutele proprie.
Esistono alternative alle dimissioni?
Se il rapporto è davvero compromesso, le dimissioni volontarie non sono l'unica uscita. Quando il datore di lavoro è gravemente inadempiente, ad esempio non paga lo stipendio, umilia il dipendente o lo demansiona, il lavoratore può dimettersi per giusta causa, ai sensi dell'articolo 2119 del codice civile: in questo caso ha diritto all'indennità sostitutiva del preavviso e può chiedere la NASpI. È una scelta che va preparata con le prove in mano, come spiegato nel nostro articolo dedicato.
Un'altra strada è negoziare l'uscita. Attenzione però a un punto: la risoluzione consensuale, di regola, non dà diritto alla NASpI, salvo quella raggiunta nella procedura di conciliazione prevista dall'articolo 7 della legge n. 604 del 1966 per alcuni licenziamenti per motivo economico. Se l'azienda vuole interrompere il rapporto, la sede giusta per discutere di un incentivo all'uscita è una conciliazione in sede protetta, con l'assistenza di un sindacalista o di un avvocato, dove si definiscono insieme importi, data di cessazione e modalità.
Gli accordi con rinunce firmati fuori da queste sedi non sono necessariamente definitivi: l'articolo 2113 del codice civile consente di impugnare le rinunce e le transazioni su diritti inderogabili del lavoratore, con qualsiasi atto scritto, entro sei mesi dalla cessazione del rapporto o dalla firma, se successiva. È un termine di decadenza: superato, il diritto di contestare si perde.
Quando farsi assistere e cosa preparare
Conviene chiedere un parere legale prima di inviare il modulo di dimissioni o di firmare un accordo, non dopo. Le domande da chiarire sono concrete: le pressioni sono documentabili, ci sono i presupposti per una giusta causa, quale uscita tutela meglio stipendio, TFR e NASpI. Se le dimissioni sono già state inviate, contano i giorni: sette per la revoca, sei mesi per impugnare eventuali rinunce.
Per una prima valutazione è utile avere il contratto di lavoro, le ultime buste paga, il contratto collettivo applicato, una cronologia scritta delle pressioni con date e nomi, i messaggi e le email ricevuti e qualsiasi documento che l'azienda le ha chiesto di firmare.
Se si trova in questa situazione, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando quali strade sono percorribili nel suo caso.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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