Posso sapere quanto guadagnano i miei colleghi? Il nuovo diritto di informazione
Dal 7 giugno 2026 ogni lavoratore può chiedere all'azienda gli stipendi medi di chi fa il suo stesso lavoro. Cosa si può sapere, come fare la richiesta e cosa fare se l'azienda non risponde entro due mesi.

Vorrebbe sapere quanto guadagnano i colleghi che fanno il suo stesso lavoro, per capire se la sua retribuzione è corretta. La risposta breve è che, dal 7 giugno 2026, ogni lavoratore ha il diritto di chiedere per iscritto al datore di lavoro i livelli retributivi medi, divisi tra donne e uomini, della categoria di chi svolge lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, e l'azienda deve rispondere entro due mesi. Non si può invece pretendere lo stipendio di un singolo collega: per sapere lo stipendio dei colleghi la legge dà un dato medio, non i nomi.
Il diritto è previsto dal decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 125 del 1° giugno 2026, che attua la direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Vale per i lavoratori subordinati, a tempo determinato e indeterminato, del settore pubblico e privato. Vediamo cosa si può chiedere, come farlo e cosa fare con la risposta.
Posso sapere lo stipendio dei colleghi? Cosa si può chiedere
La richiesta può riguardare due informazioni. La prima è il proprio livello retributivo, cioè quanto si guadagna considerando tutte le voci, non solo il minimo del contratto collettivo. La seconda, la più utile, sono i livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
Lavoro di pari valore significa un lavoro anche diverso, ma che richiede competenze, impegno e responsabilità paragonabili, in condizioni di lavoro simili. Per questo nella richiesta conviene descrivere bene la propria posizione e indicare con quali figure ci si vuole confrontare, invece di scrivere genericamente "i miei colleghi".
Un esempio ipotetico. Un tecnico commerciale assunto al quarto livello percepisce 1.900 euro lordi al mese. Chiede i dati medi della sua categoria e scopre che la media dei colleghi uomini è di 2.150 euro e quella delle colleghe di 1.880 euro. Il confronto gli dice due cose: lui è sotto la media della sua categoria e, nell'azienda, esiste un divario tra donne e uomini. Sono informazioni che prima della riforma era molto difficile ottenere.
Cosa non si può ottenere
Il diritto di informazione non permette di conoscere la busta paga di una persona precisa. I dati sono aggregati per categoria e non devono rendere riconoscibile la retribuzione di singoli colleghi: lo stipendio individuale resta un dato personale, tutelato anche dalla normativa sulla privacy.
Il datore di lavoro, in linea con la direttiva, può chiedere che le informazioni ricevute siano usate solo per far valere il diritto alla parità di retribuzione. Pubblicarle sui social o girarle a soggetti estranei non è quindi una buona idea; usarle per una richiesta all'azienda, per un confronto con il sindacato o per una causa, invece, è esattamente lo scopo della norma.
Le buste paga dei colleghi non vanno fotografate o prese di nascosto. Se si arriva davanti al giudice, i dati necessari si possono ottenere con gli strumenti del processo.
Posso chiedere direttamente a un collega quanto guadagna?
Sì, e il collega è libero di rispondere. Il decreto vieta le clausole del contratto che impediscono al lavoratore di rendere nota la propria retribuzione: un patto di riservatezza sullo stipendio non può impedirle di parlarne, né può impedirlo al collega. Resta una scelta personale: nessuno è obbligato a dire quanto guadagna, e il dato ottenuto da un collega non sostituisce la risposta ufficiale dell'azienda, che è quella che ha valore in un'eventuale contestazione.
Come si fa la richiesta e entro quando arriva la risposta?
La richiesta va fatta per iscritto. Il consiglio è usare la PEC o un altro mezzo che dimostri la data di ricevimento, perché da lì decorre il termine di due mesi: se la richiesta arriva all'azienda il 20 ottobre, la risposta scritta va data entro il 20 dicembre. La richiesta può essere presentata anche tramite i rappresentanti dei lavoratori o un organismo di parità, se si preferisce non esporsi personalmente.
Il testo può essere semplice. Si indica il proprio nome, la mansione e il livello di inquadramento, si richiama il decreto legislativo n. 96 del 2026 e si chiedono il proprio livello retributivo e i livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, dei lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, specificando le figure di riferimento.
Se la risposta è incompleta o poco chiara, per esempio un'unica media che mescola profili molto diversi, si possono chiedere chiarimenti e dettagli ulteriori, e il datore di lavoro deve dare una risposta motivata. L'azienda deve inoltre informare ogni anno tutti i dipendenti dell'esistenza di questo diritto e di come esercitarlo.
L'azienda non risponde, o mi penalizza: cosa succede?
Il silenzio dell'azienda non chiude la questione. La mancata risposta entro due mesi è una violazione degli obblighi di trasparenza e diventa un elemento a favore del lavoratore: nelle cause per discriminazione retributiva, se il datore di lavoro non ha rispettato questi obblighi, gli è più difficile dimostrare che la differenza di stipendio ha ragioni oggettive. Per le sanzioni il decreto si collega al Codice delle pari opportunità (decreto legislativo n. 198 del 2006); la disciplina applicabile va verificata in base all'obbligo violato.
Chi esercita il diritto di informazione è tutelato contro le ritorsioni: un trasferimento punitivo, un demansionamento o un licenziamento collegati alla richiesta possono essere contestati come atti ritorsivi. Per questo è utile conservare la richiesta, la prova dell'invio e ogni comunicazione successiva.
Ci si può rivolgere anche alla consigliera di parità della propria provincia o regione, figura pubblica che si occupa delle discriminazioni di genere sul lavoro e può favorire una soluzione conciliativa.
Ho scoperto di guadagnare meno: e adesso?
Una differenza rispetto alla media non è di per sé illegittima: anzianità, inquadramento, risultati misurati con criteri uguali per tutti possono giustificarla. Diventa contestabile quando non ha una spiegazione oggettiva, e in particolare quando dipende dal genere, oppure quando lo stipendio è inferiore a quanto previsto dal contratto collettivo applicabile.
In questi casi si possono chiedere l'adeguamento della retribuzione e le differenze arretrate. Le differenze retributive si prescrivono in cinque anni, secondo l'articolo 2948, numero 4, del codice civile; per i lavoratori del settore privato, secondo l'orientamento della Cassazione affermatosi dal 2022, il termine decorre dalla cessazione del rapporto, mentre nel pubblico impiego decorre anche durante il rapporto. Una richiesta scritta di pagamento ricevuta dal datore di lavoro interrompe la prescrizione. Non c'è un termine breve di decadenza, ma muoversi presto rende più semplice ricostruire mansioni e confronti.
Quando conviene farsi assistere
Un parere è utile prima di inviare la richiesta, per individuare correttamente le figure di confronto, e soprattutto dopo la risposta, per capire se i dati ricevuti indicano una differenza contestabile e come impostare la lettera all'azienda. È opportuno anche quando l'azienda non risponde, risponde con dati generici o, dopo la richiesta, cambia atteggiamento nei suoi confronti. Per una prima valutazione servono le buste paga recenti, il contratto individuale, il contratto collettivo applicato, una descrizione delle mansioni, la richiesta inviata e l'eventuale risposta.
Se vuole sapere come chiedere i dati sugli stipendi dei colleghi o capire cosa fare con la risposta ricevuta, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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