Il mio stipendio è troppo basso: posso chiedere un salario giusto? Cosa fare
Uno stipendio troppo basso può dipendere dal livello sbagliato, dal contratto collettivo applicato o dal mancato rispetto dei minimi. Come capirlo, cosa chiedere e entro quando.

Lavora a tempo pieno, ma a fine mese lo stipendio non basta e ha il sospetto di essere pagato meno del dovuto. La risposta breve è che si può chiedere un salario giusto, ma prima bisogna capire perché lo stipendio è troppo basso: perché il datore di lavoro non rispetta i minimi del contratto collettivo, perché il suo livello di inquadramento è inferiore alle mansioni che svolge, perché l'azienda applica un contratto collettivo meno favorevole di quello di riferimento del settore, oppure perché anche quel contratto prevede cifre insufficienti. Il primo passo è leggere la busta paga e confrontarla con il contratto; il secondo è una richiesta scritta di pagamento delle differenze, che interrompe la prescrizione di cinque anni.
Le regole introdotte nel 2026 sul salario giusto sono descritte in un articolo a parte: qui ci concentriamo sui passi che può fare il singolo lavoratore.
Stipendio troppo basso: cosa dice la legge
Il punto di partenza è l'articolo 36 della Costituzione: chi lavora ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del proprio lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. I giudici la applicano direttamente nelle cause di lavoro, e l'articolo 2099 del codice civile prevede che, in mancanza di accordo tra le parti, la retribuzione sia determinata dal giudice.
Dal 2026 la legge dice anche come misurare questa retribuzione adeguata. Il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, convertito con modificazioni dalla legge 25 giugno 2026, n. 112, stabilisce all'articolo 7 che il salario giusto si determina con la contrattazione collettiva e prende come riferimento il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. In Italia non esiste quindi una paga oraria minima fissata per legge: il parametro è il contratto collettivo di riferimento del settore.
In quale situazione mi trovo?
Le cause sono di solito quattro, e ciascuna porta a una richiesta diversa.
La prima è la più semplice: l'azienda applica un contratto collettivo, ma paga meno di quanto quel contratto prevede per il suo livello. Succede quando la paga base non è aggiornata dopo un rinnovo contrattuale, quando mancano la tredicesima o la quattordicesima, oppure quando non vengono pagati gli scatti di anzianità. Qui si chiedono le differenze rispetto al contratto applicato.
La seconda riguarda l'inquadramento. Il livello scritto in busta paga può essere corretto sulla carta ma non corrispondere a ciò che si fa davvero. L'articolo 2103 del codice civile prevede che chi è assegnato a mansioni superiori ha diritto al trattamento corrispondente all'attività svolta e che l'assegnazione diventa definitiva dopo il periodo fissato dai contratti collettivi o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi, salvo che serva a sostituire un collega assente con diritto alla conservazione del posto. Facciamo un esempio ipotetico: un'impiegata assunta come addetta all'inserimento dati che da un anno gestisce in autonomia la contabilità fornitori e coordina un collega può chiedere il livello superiore e le differenze di stipendio.
La terza è il contratto collettivo meno favorevole, a volte chiamato contratto pirata quando è firmato da organizzazioni con scarsa rappresentatività. È qui che interviene la disciplina del 2026: il trattamento economico complessivo previsto da un contratto diverso da quello di riferimento non può essere inferiore a quello del contratto leader del settore. Se lo è, il lavoratore ha un parametro di legge su cui fondare la richiesta delle differenze.
La quarta è la più difficile: l'azienda applica correttamente il contratto di riferimento, ma lo stipendio resta molto basso. Con alcune pronunce dell'ottobre 2023 la Corte di Cassazione ha affermato che il giudice usa il contratto collettivo come primo parametro, ma può discostarsene, motivando, quando la retribuzione che ne risulta non rispetta i criteri di proporzionalità e sufficienza dell'articolo 36. Come questo orientamento si coordinerà con la nuova legge è ancora discusso tra gli studiosi: in questa ipotesi una valutazione preliminare del caso è indispensabile.
C'è infine chi lavora per un datore di lavoro che non applica alcun contratto collettivo. In questo caso il giudice, sulla base dell'articolo 36 e dell'articolo 2099 del codice civile, prende di regola come riferimento il contratto collettivo del settore in cui opera l'azienda.
Come verificare se sono pagato meno del dovuto
Il controllo parte dalla busta paga. Dal 2026 nel prospetto paga deve comparire il codice alfanumerico con cui il CNEL, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, identifica il contratto collettivo applicato: è il modo più rapido per sapere quale contratto sta usando l'azienda. Accanto al codice vanno letti il livello di inquadramento, la paga base, le eventuali indennità e il numero di mensilità.
Il secondo passo è procurarsi le tabelle retributive del contratto, disponibili nell'archivio del CNEL e presso sindacati e patronati, e confrontarle con il proprio livello su base annua e su tutte le voci fisse, non solo sulla paga base: se il contratto prevede quattordici mensilità e se ne ricevono tredici, la differenza annua può essere rilevante anche con una paga base corretta.
Cosa fare in concreto, passo per passo
Primo: raccogliere le buste paga, il contratto o la lettera di assunzione e ogni documento che descrive le mansioni svolte, come email, ordini di servizio, organigrammi e deleghe. Se il problema è l'inquadramento, sono proprio questi documenti a fare la differenza, insieme ai colleghi che possono confermare cosa si fa ogni giorno.
Secondo: far fare un conteggio delle differenze, mese per mese, da un consulente del lavoro, da un sindacato o da un avvocato. Una richiesta con il contratto di riferimento, il livello e gli importi mancanti è difficile da ignorare.
Terzo: inviare al datore di lavoro una richiesta scritta di pagamento, con PEC o raccomandata con avviso di ricevimento, indicando il contratto e il livello ritenuti corretti, il periodo e l'importo delle differenze. La richiesta mette in mora il datore di lavoro e interrompe la prescrizione.
Quarto: se non arriva risposta, o arriva un rifiuto, si può tentare una conciliazione, in sede sindacale o presso l'Ispettorato territoriale del lavoro, oppure presentare ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro. Sulle somme riconosciute spettano anche gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, come prevede l'articolo 429 del codice di procedura civile.
Posso chiedere un aumento mentre lavoro ancora lì?
Sì. La richiesta di differenze retributive si può fare durante il rapporto, senza dimettersi. Un licenziamento motivato soltanto dalla volontà di punire il lavoratore per aver fatto valere un proprio diritto è considerato ritorsivo e quindi nullo.
Attenzione però a cosa si firma. Le rinunce e le transazioni che riguardano diritti del lavoratore derivanti da norme inderogabili possono essere impugnate entro sei mesi dalla fine del rapporto o dalla data della rinuncia, se successiva, secondo l'articolo 2113 del codice civile; diventano invece definitive se firmate in una sede protetta, come la conciliazione sindacale o davanti all'Ispettorato. Prima di firmare un accordo che chiude la questione conviene farlo esaminare.
Entro quando posso chiedere le differenze?
Le differenze retributive si prescrivono in cinque anni, secondo l'articolo 2948, numero 4, del codice civile. Per i dipendenti del settore privato, secondo l'orientamento della Cassazione affermatosi dal 2022, il termine decorre dalla fine del rapporto di lavoro e non da ogni singola busta paga. In pratica chi è ancora in servizio può chiedere anche differenze di anni fa, e chi ha lasciato l'azienda ha cinque anni dalla cessazione. Ogni richiesta scritta ricevuta dal datore di lavoro interrompe la prescrizione e fa ripartire il termine da capo.
Quando conviene farsi assistere
Un parere legale è utile soprattutto quando il problema è l'inquadramento o la scelta del contratto collettivo, perché il risultato dipende da come si ricostruiscono le mansioni e da quale contratto si individua come riferimento, e quando l'azienda propone un accordo. Per una prima analisi servono le buste paga degli ultimi anni, il contratto di lavoro, una descrizione scritta delle mansioni effettivamente svolte e le comunicazioni già scambiate con il datore di lavoro.
Se ritiene di ricevere uno stipendio inferiore a quello dovuto, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando se e come è possibile chiedere le differenze e quali termini rispettare.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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