Il datore di lavoro non mi ha versato i contributi: cosa posso fare e entro quando
Nell'estratto conto INPS mancano mesi di contributi, anche se lo stipendio arrivava regolarmente. Come verificarlo, cosa succede alla pensione, entro quando denunciarlo e cosa fare se i contributi sono prescritti.

Ha scaricato l'estratto conto contributivo dal sito dell'INPS e ha scoperto dei buchi: mesi o anni in cui ha lavorato regolarmente, con tanto di busta paga, ma per i quali non risulta alcun versamento. La risposta breve è che i contributi non versati dal datore di lavoro si possono ancora recuperare, ma il tempo è stretto: si prescrivono in cinque anni dalla data in cui andavano pagati, anche mentre il rapporto di lavoro è in corso. Il termine sale a dieci anni se lei presenta una denuncia all'INPS prima che i cinque anni siano scaduti. Il primo passo, quindi, è controllare con precisione quali periodi mancano e segnalarli subito all'INPS.
Vediamo come si verifica l'omissione, cosa succede alla pensione, quali passi muovere e cosa resta da fare se i contributi più vecchi sono già prescritti.
Come capire se il datore di lavoro non ha versato i contributi
Lo strumento principale è l'estratto conto contributivo, che si consulta gratuitamente nell'area riservata del sito dell'INPS con SPID, carta d'identità elettronica o CNS, oppure tramite un patronato. Mostra, settimana per settimana o mese per mese, i periodi coperti da contribuzione, il datore di lavoro e la retribuzione su cui i contributi sono stati calcolati.
Il confronto va fatto con le buste paga. In ogni busta paga compare la quota di contributi a carico del lavoratore, che il datore di lavoro trattiene dallo stipendio e deve poi versare all'INPS insieme alla propria quota. Se un mese è pagato in busta ma non compare nell'estratto conto, o vi compare con una retribuzione molto più bassa, c'è un problema da approfondire.
Prima di allarmarsi, tenga presente che i dati degli ultimi mesi possono comparire con un certo ritardo. Un buco di pochi mesi recenti può dipendere dai tempi di aggiornamento; un buco di un anno o più, o che riguarda periodi lontani, merita invece un controllo immediato.
Contributi non versati: cosa succede alla mia pensione?
L'articolo 2116 del codice civile stabilisce il cosiddetto principio di automaticità delle prestazioni: le prestazioni previdenziali spettano al lavoratore anche se il datore di lavoro non ha versato regolarmente i contributi dovuti. Il lavoratore dipendente, in altre parole, non deve pagare di tasca propria l'inadempimento di chi doveva versare per lui.
Per la pensione, però, questa tutela vale solo per i contributi non ancora prescritti. Finché l'INPS può pretenderli dal datore di lavoro, quei periodi restano utili. Una volta scaduto il termine di prescrizione, l'INPS non può più riscuoterli, nemmeno se il datore di lavoro volesse pagarli spontaneamente, e quei mesi non contano ai fini della pensione, salvo i rimedi che vedremo più avanti. Ecco perché il termine di prescrizione è il punto decisivo.
Entro quando devo muovermi?
Secondo l'articolo 3, comma 9, della legge 8 agosto 1995, n. 335, i contributi previdenziali si prescrivono in cinque anni. Il termine decorre dalla data in cui il versamento andava fatto, che per i dipendenti del settore privato cade di regola nel mese successivo a quello a cui si riferisce lo stipendio.
A differenza di quanto avviene per gli stipendi non pagati, la prescrizione dei contributi corre anche durante il rapporto di lavoro. Facciamo un esempio: se mancano i contributi di marzo 2022, la scadenza per il versamento cadeva nell'aprile 2022, e senza una denuncia del lavoratore quei contributi si prescrivono nell'aprile 2027.
La stessa norma prevede che il termine diventi di dieci anni se il lavoratore, o i suoi superstiti, presentano una denuncia all'INPS. Conta che la denuncia arrivi prima che i cinque anni siano trascorsi: per i mesi già prescritti alla data della denuncia non produce più effetti. Una lettera al solo datore di lavoro, invece, non allunga la prescrizione dei contributi.
Cosa fare, passo per passo
Primo, raccolga la documentazione: l'estratto conto contributivo aggiornato, le buste paga dei periodi scoperti, le Certificazioni Uniche, il contratto di lavoro e le eventuali comunicazioni di assunzione e di cessazione. Prepari un prospetto con l'elenco dei mesi mancanti o sottostimati.
Secondo, presenti la denuncia all'INPS indicando il datore di lavoro, il periodo e le retribuzioni percepite, allegando le buste paga. Si può fare presso la sede territoriale, con i servizi online dell'Istituto o attraverso un patronato. Conservi la ricevuta con la data di presentazione: è la prova che il termine è stato interrotto in tempo. A quel punto l'INPS può accertare l'omissione e chiedere al datore di lavoro i contributi, con le sanzioni civili previste per il ritardo.
Terzo, valuti se scrivere anche al datore di lavoro, con PEC o raccomandata, per chiedere la regolarizzazione. A volte l'omissione dipende da un errore o da una difficoltà temporanea e si risolve con un versamento spontaneo; in altri casi la lettera serve a documentare la richiesta. Se nello stesso periodo mancano anche stipendi o TFR, la richiesta di pagamento delle retribuzioni segue regole e termini propri, trattati in articoli dedicati.
Quarto, se il datore di lavoro non risponde o i periodi scoperti sono molti, si può presentare una richiesta di intervento all'Ispettorato territoriale del lavoro, che ha il potere di accertare le irregolarità contributive.
E se i contributi sono già prescritti?
Il lavoratore non perde ogni tutela, ma la strada si fa più complessa. Il secondo comma dell'articolo 2116 del codice civile rende il datore di lavoro responsabile del danno causato al lavoratore quando, per l'omissione contributiva, gli enti previdenziali non sono tenuti a erogare in tutto o in parte le prestazioni. È un'azione di risarcimento verso il datore di lavoro, con regole e tempi propri.
C'è poi la rendita vitalizia prevista dall'articolo 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338. Il datore di lavoro può chiedere all'INPS di costituirla, pagando l'importo necessario, in modo da coprire i periodi prescritti come se i contributi fossero stati versati. Se il datore di lavoro non lo fa, il lavoratore può chiederla in sua sostituzione, ma deve dimostrare l'esistenza e la durata del rapporto con documenti di data certa, oltre alla retribuzione percepita. Questi diritti sono soggetti a termini di prescrizione, che la giurisprudenza più recente e le istruzioni dell'INPS fanno decorrere in sequenza.
Dal 12 gennaio 2025, con l'articolo 30 della legge 13 dicembre 2024, n. 203, al lavoratore è riconosciuta un'ulteriore possibilità: chiedere la costituzione della rendita anche quando i termini per le altre richieste sono scaduti, ma con il costo interamente a proprio carico. È un'opzione che va valutata con calcoli alla mano, confrontando l'onere con il beneficio sulla futura pensione.
Il datore di lavoro rischia qualcosa?
Oltre a dover versare i contributi con le sanzioni civili, il datore di lavoro che trattiene dallo stipendio la quota di contributi a carico del lavoratore e non la versa all'INPS commette un illecito. Secondo l'articolo 2, comma 1-bis, del decreto-legge n. 463 del 1983, se l'importo omesso supera i 10.000 euro in un anno è un reato, punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 1.032 euro; sotto quella soglia è un illecito amministrativo, punito con una sanzione da 10.000 a 50.000 euro. L'accertamento spetta all'INPS e alle autorità competenti, non al lavoratore, ma è bene sapere che non si tratta di una semplice dimenticanza senza conseguenze.
Quando conviene farsi assistere e cosa preparare
Conviene farsi assistere quando i periodi scoperti sono lunghi o lontani nel tempo, quando qualche mese si avvicina ai cinque anni, quando il datore di lavoro nega l'esistenza del rapporto per alcuni periodi o quando i contributi risultano versati su una retribuzione più bassa di quella reale. In questi casi è importante capire subito quali periodi sono ancora recuperabili, se c'è spazio per un'azione di risarcimento e se la rendita vitalizia è una strada percorribile.
Per una prima valutazione servono l'estratto conto contributivo, le buste paga, le Certificazioni Uniche, il contratto di lavoro e l'eventuale corrispondenza con il datore di lavoro o con l'INPS.
Se nel suo estratto conto mancano dei contributi, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando quali periodi si possono ancora recuperare e come procedere.
Le informazioni contenute in questo articolo sono di carattere generale, aggiornate alla data di pubblicazione, e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
ApprofondisciSalario giusto: ti pagano meno del contratto?Cosa puoi chiedere e come scrivere all'avvocato.Area di interventoDiritto del Lavoro e della Previdenza SocialeSalario giusto, parità retributiva, stipendi e TFR non pagati, licenziamenti: la materia centrale dello Studio.Articoli correlati

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