Sono reperibile di notte e nel weekend: quanto mi devono pagare?
Turni di reperibilità notturni o festivi pagati poco o niente? Vediamo cosa spetta per la disponibilità e per gli interventi, quando la reperibilità diventa orario di lavoro e entro quando chiedere gli arretrati.

Il datore di lavoro le chiede di restare reperibile di notte o nel fine settimana, con il telefono acceso e pronto a intervenire, ma in busta paga trova pochi euro, o nulla. Quanto spetta per la reperibilità? La risposta breve è che la legge non fissa un importo: l'indennità di reperibilità la stabiliscono il contratto collettivo o gli accordi aziendali. Valgono però alcune regole fisse: se viene chiamato e interviene, quel tempo è lavoro e va pagato; se i vincoli sono così stretti da toglierle di fatto il tempo libero, l'intera reperibilità può essere orario di lavoro; e ciò che non le è stato pagato si può chiedere entro cinque anni, che nel lavoro privato decorrono di regola dalla fine del rapporto.
Cos'è la reperibilità e quando si parla di reperibilità passiva?
La reperibilità è l'obbligo di restare raggiungibili fuori dall'orario normale, per esempio dalle 20 alle 8 o nel fine settimana, e di intervenire se l'azienda chiama.
Si distingue tra due momenti. La reperibilità passiva è il tempo in cui si resta semplicemente disponibili in attesa di una chiamata che può anche non arrivare. La reperibilità attiva è il tempo in cui, chiamati, si lavora davvero: si risponde, ci si collega da remoto, si raggiunge il luogo dell'intervento. Secondo l'orientamento consolidato della Cassazione, la reperibilità passiva non equivale alla prestazione di lavoro: è un obbligo accessorio, diverso dal lavorare, e per questo viene compensato con un'indennità, di solito più bassa della retribuzione oraria. L'intervento, invece, è lavoro a tutti gli effetti.
Reperibilità: quanto spetta per la disponibilità?
Nessuna legge generale stabilisce quanto debba valere un'ora o un turno di reperibilità. Lo fanno i contratti collettivi, che di solito prevedono un'indennità per ogni turno, giornaliera o settimanale, spesso più alta per i festivi. Per sapere quanto le spetta il primo documento da leggere è quindi il contratto collettivo applicato, indicato nella lettera di assunzione e in busta paga, insieme a eventuali accordi aziendali o regolamenti interni sulla reperibilità.
Un esempio ipotetico. Se il contratto collettivo applicato prevede un'indennità di 20 euro per ogni turno feriale e di 35 euro per ogni turno festivo, chi fa quattro notti feriali e un fine settimana al mese dovrebbe trovare in busta paga almeno 80 euro più le indennità festive. Se in busta paga non compare nessuna voce di reperibilità, o compare un importo forfettario più basso di quello previsto, la differenza è un credito di retribuzione che si può chiedere.
Se vengo chiamato a intervenire, come devono pagarmi?
Il tempo dell'intervento è orario di lavoro. Il decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, all'articolo 1, comma 2, lettera a), definisce orario di lavoro qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell'esercizio della sua attività o delle sue funzioni: quando si risponde a una chiamata e si risolve il problema, la definizione è pienamente soddisfatta.
Come vada pagato quel tempo lo dice, ancora una volta, il contratto collettivo. Spesso l'intervento in reperibilità è retribuito come lavoro straordinario, con le maggiorazioni previste per le ore notturne o festive; alcuni contratti fissano un numero minimo di ore pagate per ogni chiamata. Quello che non è corretto è considerare l'intervento coperto dalla sola indennità di reperibilità: l'indennità compensa la disponibilità, non il lavoro svolto.
Quando tutta la reperibilità diventa orario di lavoro
C'è un caso in cui anche le ore di attesa contano come lavoro. La Corte di giustizia dell'Unione europea, con due sentenze del marzo 2021, ha chiarito che un periodo di reperibilità è orario di lavoro nella sua interezza quando i vincoli imposti al lavoratore incidono in modo oggettivo e molto significativo sulla sua possibilità di gestire liberamente il tempo libero e di dedicarsi ai propri interessi. Contano, per esempio, il tempo entro cui bisogna presentarsi sul posto, che se è di pochi minuti costringe di fatto a restare vicino al luogo di lavoro e la frequenza media delle chiamate. Se questi vincoli mancano, è orario di lavoro solo il tempo dell'intervento effettivo.
Il caso più chiaro è quello di chi deve trascorrere la notte nella struttura, come accade nell'assistenza residenziale: la Cassazione, nel 2025, applicando questi principi, ha ritenuto che la reperibilità notturna con pernottamento in sede sia orario di lavoro e che il relativo compenso debba rispettare i criteri di proporzionalità e sufficienza della retribuzione fissati dall'articolo 36 della Costituzione. Qualificare la reperibilità come orario di lavoro non significa però che ogni ora vada pagata automaticamente come straordinario: la misura del compenso resta legata al contratto collettivo, purché sia adeguata.
Reperibilità nel giorno di riposo: cosa succede?
Il decreto legislativo n. 66 del 2003 garantisce undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore (articolo 7) e, ogni sette giorni, un riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola la domenica, da cumulare con il riposo giornaliero e calcolato come media su un periodo non superiore a quattordici giorni (articolo 9). Lo stesso articolo 7 consente però di non fruire del riposo giornaliero in modo consecutivo nei regimi di reperibilità, e i contratti collettivi possono prevedere deroghe.
In pratica, la sola reperibilità passiva nel giorno di riposo non cancella il riposo, ma lo limita: per questo molti contratti collettivi prevedono, oltre all'indennità maggiorata, un riposo compensativo. Diverso è il caso in cui si venga chiamati a lavorare nel giorno di riposo: se il riposo non viene recuperato, il lavoratore può chiedere anche il risarcimento del danno. Secondo la Cassazione, invece, la reperibilità passiva festiva che non si è tradotta in lavoro non dà diritto al risarcimento, salvo che il lavoratore dimostri di averne subito un danno concreto, per esempio un logoramento psicofisico.
Entro quando posso chiedere le indennità non pagate?
Indennità di reperibilità e compensi per gli interventi sono crediti di retribuzione e si prescrivono in cinque anni, secondo l'articolo 2948, numero 4, del codice civile. Per i dipendenti di datori di lavoro privati, secondo l'orientamento della Cassazione affermatosi dal 2022, il termine decorre dalla cessazione del rapporto, non mese per mese durante il rapporto. Nel pubblico impiego, invece, la prescrizione corre anche durante il servizio.
La prescrizione si interrompe con una richiesta scritta di pagamento inviata con PEC o raccomandata con avviso di ricevimento. Attenzione alle firme a fine rapporto: una rinuncia o una transazione sottoscritta fuori dalle sedi protette si può impugnare entro sei mesi dalla cessazione del rapporto o dalla firma, se successiva, come prevede l'articolo 2113 del codice civile.
Cosa fare, in ordine
Primo, verifichi le regole: cosa prevedono il contratto collettivo e gli eventuali accordi aziendali su indennità, turni, tempi di intervento e pagamento delle chiamate.
Secondo, raccolga le prove mentre il rapporto è in corso: i calendari dei turni di reperibilità, le email o i messaggi con cui le vengono assegnati, il registro delle chiamate ricevute, i ticket o i rapportini degli interventi con gli orari, gli accessi da remoto ai sistemi aziendali.
Terzo, confronti tutto con le buste paga e invii al datore di lavoro una richiesta scritta con il periodo, le voci mancanti e un termine per rispondere.
Quarto, se la richiesta resta senza esito, può rivolgersi all'Ispettorato territoriale del lavoro, che se accerta crediti retributivi non pagati può emettere una diffida accertativa ai sensi dell'articolo 12 del decreto legislativo n. 124 del 2004; in alternativa si valuta una conciliazione o il ricorso al giudice del lavoro, che riconosce anche interessi e rivalutazione, come previsto dall'articolo 429 del codice di procedura civile.
Quando conviene farsi assistere e cosa preparare
Un parere è utile soprattutto quando i vincoli della reperibilità sono pesanti, perché lì si decide se l'intera reperibilità è orario di lavoro, e quando l'azienda paga un forfait che non distingue tra disponibilità e interventi. Per una prima valutazione servono il contratto di lavoro, le buste paga, l'indicazione del contratto collettivo applicato, eventuali regolamenti sulla reperibilità e il prospetto di turni e chiamate.
Se ritiene che la sua reperibilità non sia pagata come dovrebbe, può richiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: l'Avv. Stefano Ricci esamina i documenti e risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi, indicando se la pretesa è fondata, quali prove mancano e quali termini rispettare nel suo caso.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.
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