Diritto di Famiglia09 ottobre 2026

Ho perso il lavoro: posso ridurre l'assegno di mantenimento?

Chi perde il lavoro non può ridurre da solo l'assegno di mantenimento: deve chiederlo al giudice o formalizzare un accordo. Vediamo quando la riduzione è possibile, da quando vale e quali documenti servono.

Ho perso il lavoro: posso ridurre l'assegno di mantenimento?

Ha perso il lavoro e l'assegno di mantenimento fissato dal giudice, per i figli o per l'ex coniuge, è diventato troppo pesante rispetto a quello che entra ogni mese. La risposta breve è che si può chiedere di ridurre l'assegno di mantenimento, ma solo con una domanda al giudice o con un nuovo accordo con l'altro genitore nelle forme previste dalla legge. Ridurlo da soli, versando meno di quanto stabilito, non è consentito: la somma resta dovuta per intero finché non c'è un nuovo provvedimento, e la riduzione non vale per le mensilità scadute prima della domanda. Per questo conviene muoversi subito, non dopo mesi di pagamenti parziali.

Questa guida è per chi paga l'assegno e ha visto cambiare la propria situazione economica: quando la perdita del lavoro giustifica una revisione, come si chiede, quali documenti servono e cosa succede nel frattempo.

Posso pagare di meno da solo, intanto?

No. L'importo dell'assegno è stabilito in un provvedimento del giudice o in un accordo che ha la stessa efficacia, come la separazione consensuale omologata o l'accordo di negoziazione assistita. Finché quel provvedimento non viene modificato, l'importo resta quello e l'altro genitore può pretenderlo per intero.

Se si versa meno, la differenza diventa un debito. L'altro genitore può chiedere che l'assegno sia pagato direttamente da chi le eroga somme periodiche, come il datore di lavoro o l'ente che paga una pensione, e può recuperare gli arretrati con il pignoramento. Nei casi più seri il mancato versamento può avere anche rilievo penale: l'art. 570-bis del codice penale punisce chi si sottrae agli obblighi economici stabiliti nella separazione o nel divorzio, o nei confronti dei figli.

Quindi, se la situazione economica è peggiorata davvero, la strada corretta è una sola: chiedere formalmente la revisione dell'assegno, continuando nel frattempo a pagare quanto si riesce e conservando la prova di ogni versamento.

Quando si può chiedere di ridurre l'assegno di mantenimento?

La legge consente di chiedere in ogni momento la modifica delle condizioni economiche quando sopravvengono giustificati motivi. Lo prevedono l'art. 473-bis.29 del codice di procedura civile, introdotto dalla riforma del processo di famiglia (D.Lgs. 149/2022), e, per i figli, l'art. 337-quinquies del codice civile, che riconosce ai genitori il diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni sulla misura e sulle modalità del contributo. Per l'assegno al coniuge separato, l'art. 156 del codice civile stabilisce che il giudice, se sopravvengono giustificati motivi, può revocare o modificare i provvedimenti su istanza di parte.

Giustificati motivi significa fatti nuovi, successivi al provvedimento, che cambiano in modo significativo l'equilibrio economico su cui l'assegno era stato calcolato. La perdita del lavoro è uno dei casi tipici, ma non basta da sola: il giudice valuta la situazione complessiva di entrambi i genitori.

Un esempio: l'assegno per due figli è stato fissato in 600 euro al mese quando il padre guadagnava 2.000 euro netti. A giugno viene licenziato per chiusura dell'azienda e oggi percepisce l'indennità di disoccupazione, inferiore allo stipendio e destinata a durare per un periodo limitato. È una situazione in cui ha senso chiedere la revisione, documentando il calo del reddito.

Cosa valuta il giudice prima di ridurre l'assegno?

Il giudice non si limita a prendere atto del licenziamento. Secondo l'orientamento della giurisprudenza, guarda alla capacità economica complessiva di chi paga: non solo lo stipendio perso, ma anche il patrimonio, i risparmi, eventuali immobili, gli altri redditi e la capacità di lavorare. Nella valutazione rientrano anche le prestazioni che sostituiscono lo stipendio, come l'indennità di disoccupazione.

Contano molto le cause della perdita del lavoro. Un licenziamento per crisi aziendale, una malattia che impedisce di lavorare o la chiusura di un'attività in perdita sono situazioni diverse dalle dimissioni volontarie senza una ragione seria: in quest'ultimo caso, in genere, i giudici non riconoscono la riduzione, perché il peggioramento è frutto di una scelta di chi paga. Allo stesso modo, chi resta a lungo senza cercare un nuovo impiego, pur potendo lavorare, difficilmente ottiene una riduzione stabile.

Infine, quando l'assegno riguarda i figli, il giudice tiene conto delle loro esigenze, che non si riducono perché un genitore ha perso il lavoro. La riduzione, quando viene concessa, è spesso parziale e legata alla situazione del momento: se chi paga trova un nuovo lavoro, l'altro genitore potrà a sua volta chiedere di rivedere l'importo.

Come si chiede la riduzione e da quando vale?

Le strade sono due. Se c'è accordo con l'altro genitore sul nuovo importo, la modifica si può formalizzare con la negoziazione assistita da un avvocato per parte (art. 6 del decreto-legge 132/2014), che si applica anche alla modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Quando ci sono figli minori, l'accordo deve essere autorizzato dal pubblico ministero, che ne verifica la corrispondenza all'interesse dei figli. In alternativa, l'accordo si può presentare al tribunale perché lo recepisca. Un'intesa solo verbale, o scritta tra le parti senza queste forme, non modifica il provvedimento.

Se l'accordo non c'è, si deposita un ricorso al tribunale con il procedimento previsto per le cause di famiglia. Nel ricorso si spiega cosa è cambiato dopo l'ultimo provvedimento, si allega la documentazione economica e si indica l'importo che si ritiene sostenibile.

Sul momento da cui vale la riduzione, il punto da tenere presente è che non può retroagire alla data in cui si è perso il lavoro: secondo la giurisprudenza, il nuovo importo può decorrere al più dalla data della domanda. Riprendendo l'esempio, se il licenziamento è di giugno ma il ricorso viene depositato a novembre, le mensilità da giugno a ottobre restano dovute nella misura piena. Ogni mese di attesa, in pratica, è un mese pagato al vecchio importo.

Quali documenti servono?

La domanda di riduzione si regge sui documenti. È utile preparare la lettera di licenziamento o l'atto che ha chiuso il rapporto di lavoro, con le ragioni indicate; le ultime buste paga e le dichiarazioni dei redditi degli ultimi anni; la domanda e il provvedimento di accoglimento dell'indennità di disoccupazione, con l'importo e la durata; gli estratti dei conti correnti; la prova della ricerca di un nuovo lavoro, come candidature inviate, colloqui e iscrizione al centro per l'impiego; le spese fisse che si sostengono, ad esempio affitto o mutuo.

Serve anche il provvedimento che ha fissato l'assegno, per mostrare su quali redditi era stato calcolato. La riforma del processo di famiglia richiede di depositare la documentazione economica fin dal primo atto: presentarsi con un quadro incompleto rende più difficile ottenere la revisione e può far apparire la domanda poco credibile.

Quando conviene farsi assistere e cosa preparare

La perdita del lavoro è un motivo serio per chiedere la revisione, ma l'esito dipende da come la situazione viene documentata e da cosa emerge sul patrimonio e sulle prospettive di lavoro di entrambi i genitori. Un avvocato aiuta a capire se la domanda ha basi solide, a proporre all'altro genitore un accordo quando è possibile, che è spesso la via più rapida e meno costosa, e a impostare il ricorso quando l'accordo non c'è. Aiuta anche a evitare l'errore più frequente: smettere di pagare o pagare meno in attesa di una decisione che ancora non c'è.

Per una prima valutazione è utile avere a portata di mano il provvedimento che stabilisce l'assegno, i documenti sulla cessazione del lavoro e sull'indennità di disoccupazione, le dichiarazioni dei redditi, un prospetto dei pagamenti effettuati e di eventuali arretrati, e la data a partire dalla quale la situazione è cambiata.

Se ha perso il lavoro e vuole capire se e come può ridurre l'assegno di mantenimento nel suo caso, può chiedere una consulenza online allo Studio Legale Ricci: dopo aver esaminato i documenti, lo Studio risponde per iscritto in 2-5 giorni lavorativi.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere generale, sono aggiornate alla data di pubblicazione e non sostituiscono un parere legale sul caso specifico.

Area di interventoDiritto di FamigliaSeparazioni, divorzi, affidamento e tutela delle persone fragili, privilegiando le soluzioni concordate.

Ti risponde personalmente l'avvocato

Scrivi all'avvocato